Ho trascorso la maggior parte delle mie vacanze in località di mare, in Italia e all’estero, a volta in alternanza a visite di città, in altre occasioni a conclusione di un tour del paese prescelto. Certo è che ho frequentato moltissime spiagge, alcune incantevoli, indimenticabili, altre troppo affollate, attrezzate e maltrattate.
Durante le ore trascorse sulla sabbia, l’ozio si è accompagnato al vagare dello sguardo che ha scorto oggetti di ogni tipo, persi, dimenticati o abbandonati dai non sempre civili e rispettosi avventori del luogo.
Se sulle spiagge di paesi tropicali ciò che fuoriesce dalla sabbia sono soprattutto rametti, foglie di palma, qualche frutto che, giunto a maturazione, è precipitato, speriamo senza colpire la testa di nessuno, conchiglie più o meno frantumate, pezzi di corallo, e qualche alga, dopo un giorno di mare mosso, o al massimo qualche oggetto “caduto”, temo non proprio accidentalmente, dalle navi da crociera. Sulle nostre spiagge ho sempre notato una meno naturale ma più ricca varietà di oggetti: formine e palette di plastica, insabbiate e non più ritrovate da bambini che forse le hanno piante a lungo, mozziconi di sigarette, stecchini dei gelati, noccioli di pesca o frutti simili, sacchetti di plastica, per fortuna ora fuori commercio, e purtroppo frammenti di vetro.
L’impressione è di una spiaggia intesa come un cassonetto dell’immondizia per persone che, pur nell’ozio, non trovano il tempo per raggiungere uno dei tanti, onnipresenti cestini destinati a raccogliere tutti i nostri rifiuti. Non voglio dilungarmi sull’increscioso comportamento di coloro che pasteggiano in spiaggia – concesso rigorosamente solo sulle poche spiagge libere del nostro litorale - e tralasciano di raccogliere gli avanzi del loro passaggio, salvo lamentarsi dei rifiuti abbandonati da altri che li hanno preceduti.


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