Ancora oggi lo scorgerne uno, anche in lontananza, mi infonde sicurezza e mi da un senso di protezione, un po’ come doveva essere nei tempi passati, anche antecedenti a quelli di manzoniana memoria, quando per i viaggiatori a piedi, a cavallo o in carrozza costituivano un punto di riferimento e la certezza di potervi trovare un luogo di ristoro.
Per secoli essi, con le casetorri o i fari, sono stati gli edifici più alti, svettanti sull’intera città o sul paesello.
Certo le loro altezze risultano irrilevanti rispetto ai grattacieli sparsi per il mondo, ma ancora rari in Europa, tuttavia il verticalismo esasperato di certe costruzioni non piace a tutti e molti preferiscono avventurarsi sulle scale, spesso malferme e ripidissime, dei più terreni campanili che costellano il nostro territorio. Non è fondamentale che si tratti di quello di Giotto a Firenze o del Torrazzo di Cremona, basta un qualsiasi campanile di una cittadina per cogliere dall’alto le bellezze, e lo scempio fatto dall’uomo, dei paesaggi naturali e dell’agglomerato urbano sottostante.
Non so quale sia oggi il grattacielo più alto del mondo ma non nego che mi piacerebbe vederlo dal vivo e salire sino all’ultimo piano. Il fascino di un campanile è legato ai secoli di storia che ha attraversato, al valore artistico che gli si attribuisce e al nome dell’architetto che l’ha edificato, ma gli stessi grattacieli vanno rivalutati perché frutto di studi di grandi ingegneri, di designer di fama mondiale e di mezzi tecnologici applicati all’edilizia, inimmaginabili nei decenni passati.
Il mio amore per l’archeologia ( non dimentichiamo le piramidi Maya e quelle dell’antico Egitto, oltre ad una delle 7 meraviglie del mondo antico, il faro di Alessandria ) e per l’arte non è venuto meno, ma la vista dello skyline di New York mi ha fatto amare quei grattacieli che sembrano gareggiare tra loro e non sono che l’estrema conseguenza di una caratteristica da sempre peculiare degli esseri umani: perpetrare in qualche modo il proprio ingegno.


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