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A chi so che mi legge abitualmente e a chi capiti per caso d'intrufolarsi tra queste righe... prego, accomodatevi, è un piacere saperlo e un eventuale commento sarà immensamente gradito.

sabato 19 novembre 2011

Elementi d’arredo in equilibrio instabile



Sta dilagando una nuova moda che, devo ammetterlo, mi piace parecchio.
Si tratta di sgabelli, basi di tavolo, sedie, librerie, tavoli, vasi e quant’altro, tutti lontani dal design più tradizionale, ma non solo!
Abbandonate le linee dritte, si distinguono per la flessuosità, l’andamento ondulato, un equilibrio che potrebbe apparire precario.
Sono insoliti, non c’è che dire, ma destano l’attenzione e risultano divertenti.
Un paio di pezzi in questo nuovo stile e la casa assume un’aria innovativa, quasi irriverente rispetto alla tradizione.
Io mi sono lasciata tentare solo da due vasi, ma chi lo sa,  in futuro … … …




giovedì 17 novembre 2011

Ratatouille



Tutto inizia con un ratto di nome Rémy che, al contrario di tutti i suoi simili, possiede un olfatto e un gusto estremamente raffinati che né gli consentono di rovistare nella spazzatura alla ricerca di cibo, né di camminare appoggiando le zampette anteriori che invece usa solo per mangiare. La famiglia non lo comprende e non appoggia il suo desiderio di diventare un cuoco e di conoscere lo chef francese Auguste Gusteau, fino a quando, dopo diverse traversie, giunge a Parigi, nel ristorante del suo mito, dove conosce lo sguattero Linguini, con il quale collabora al punto da convincere il prevenuto critico gastronomico Anton Ego della loro abilità con un piatto povero e semplice, la ratatouille, che gli rammenta quella amorevolmente preparatagli dalla madre quand’era piccolo.
Affermare che questo film mi sia piaciuto non sarebbe corretto … semplicemente l’ho adorato! Contiene tanti elementi che mi hanno incantato: ho sempre amato gli animaletti parlanti e umanizzati, l’ambientazione a Parigi con suggestive vedute notturne mi lascia senza parole, il delizioso ristorantino “Ratatouille” con soffitta abitata dall’intera famiglia di Rémy è un incanto, l’ immagine di Rémy che si lava le zampette con un’unica goccia d’acqua costituisce un piccolo cameo dell’animazione e la trasformazione di Ego, che da burbero si lascia persuadere e s’ammorbidisce diventando un assiduo frequentatore del bistrot e un degustatore dei prelibati piatti del topino chef, mi consente di credere ci sia sempre speranza di cambiamento per ognuno.
Un film per bimbi, ma coinvolgente per il bambino che risiede in ognuno di noi se capace di lasciarsi trascinare da storie tenere, simpatiche e dal lieto fine non scontato.


lunedì 14 novembre 2011

Ragazzi, ci vuole attenzione e senso critico…



Non faccio che ripeterlo ai miei studenti! Ogni volta che riporto loro un’interpretazione o un’opinione, anche se accreditata da firme illustri, da esperti o da studiosi del settore coinvolto li ammonisco dal non prendere tutto come una verità assoluta, una certezza inconfutabile. La storia e la letteratura mi consentono esempi infiniti, dalle informazioni su l’antica polis spartana che possediamo esclusivamente attraverso testimonianze ateniesi, forse di parte, o dall’incerto esito della battaglia di Quadesh che fonti egizie e testi hittiti danno per vinta dai rispettivi eserciti, benché la stesura del trattato di pace in entrambe le lingue lasci supporre non vi sia stato alcun vincitore, sino alla falsa donazione di Costantino o alla condanna morale che ancora oggi subisce un autore come G. D’Annunzio che, benché dichiaratamente favorevole al fascismo, morì prima della promulgazione delle leggi razziali in Italia e mai sapremo se le avrebbe accolte o, indignato, si sarebbe allontanato dal fascismo come ebbe modo di fare Pirandello.
Allo stesso modo sollecito i ragazzi a non credere a tutto ciò che leggono sui siti in Internet, le cui fonti non sono sempre attendibili e degne di fiducia. La logica e una buona conoscenza della nostra lingua sono degli strumenti qualificanti per consentirci di pensare in modo razionale e critico. Detto questo è bene che i giovani comprendano quanto sia rilevante crescere come persone pensanti in modo individuale e capaci di sfruttare i nuovi mezzi informatici, ammalianti e potenti, senza credere che il semplice desiderio di cultura, che si cela dietro l’onniscienza millantata, sia già cultura.


domenica 13 novembre 2011

A Pavia


Ieri pomeriggio ho fatto ritorno a Pavia, una città alla quale sono legata affettivamente. Vi ho trascorso gli anni felici degli studi universitari, vi ho stretto rapporti di amicizia che soltanto le scelte di vita e le distanze chilometriche hanno potuto diradare, vi ho appreso tutto quanto d’indispensabile mi occorreva per diventare insegnante e per dedicarmi ai miei amati studi di archeologia e storia dell’arte. Pavia mi è sempre piaciuta per l’atmosfera vivace e frizzante che solo le città sedi universitarie possiedono, pur avendo mantenuto una dimensione umana da città di provincia che ama la cultura, il teatro, l’arte e riesce a farmi sentire a casa. Passare davanti a quella che è stata la mia sede universitaria, alla statua che ritrae A. Volta, proprio di fronte all’omonima aula, nella quale mi sono laureata il 14 luglio (sì proprio nell’anniversario della presa della Bastiglia, e scusate se è poco!!!), badando al fatto che Volta continua a essere una presenza costante nella mia vita dato che insegno da anni in una scuola intitolata a tale scienziato, è sempre un po’come tornare indietro nel tempo.



     La città è sempre più accogliente e adoro addentrarmi nelle tante stradine acciottolate, di netta impronta medievale, delimitate da splendide case, case - torri, eleganti palazzi che ti colgono di sorpresa, chiese pregevoli cariche di tesori, negozi dai soffitti lignei che si aprono, attraverso bifore, su deliziosi cortili e ben tenuti giardini. Strada nuova conduce al Ticino, al suo ponte coperto e al nuovo percorso lungo il fiume. Le piazze sulle quali si aprono i corsi e le viuzze, le chiese imponenti e le ultime di tante torri che la caratterizzavano, accolgono locali rimessi a nuovo, eleganti boutique e edifici di epoca medievale. Mi piace ritrovare gli spazi verdi e i negozi che frequentavo una volta, con le compagne di studi, e dove acquistavo collane e monili di pietre dure, che ancora amo tanto, o quaderni e matite nella storica cartoleria della città, con gli arredi originali che tanto apprezzo, esattamente come quelli di alcune splendide farmacie. L’amministrazione, negli anni, ha riportato a nuova vita alcune vie, attraverso la ristrutturazione di tutti gli edifici, mantenendo però le strutture originali e accogliendo negozi che vendono le merci più svariate, ma tutte di qualità. Le chiese, tanto apprezzate e oggetto di studio per gli esami di storia dell’arte medievale, sono ancora un punto di riferimento e mi fanno sentire ancora una studentessa. La torre, a ridosso del duomo, testimonia ancora il proprio crollo e le sue disastrose conseguenze, il cui ricordo è ancora vivo nella mia mente … sì il ricordo di quel venerdì di marzo quando, in attesa di sostenere l’esame di archeologia e storia dell’arte greca e romana, ho avvertito un tremore del suolo che mi aveva fatto pensare a un terremoto, per poi scoprire l’accaduto dal prof. Saletti, il docente che davanti alla torre stava transitando, per giungere in università a esaminarci, pochi secondi prima del cedimento. Dopo alcuni acquisti, una lunga passeggiata e una breve ma doverosa sosta da Demetrio, il bar più frequentato della città, con tutto il carico dei miei ricordi, ho fatto ritorno a casa ...  felice.



venerdì 11 novembre 2011

"Canta che ti passa".


Dalla ricerca di informazioni sulla prima guerra mondiale sono emerse anche alcune curiosità che mi è piaciuto riportare ai miei studenti e a mia figlia. Una mi ha fatto conoscere l’origine dell’espressione “Canta che ti passa”.
E' un invito a non lasciarsi condizionare la vita da eventuali preoccupazioni e a placare con il canto i timori che ci assalgono. L'espressione pare sia stata incisa sulla parete di una trincea durante la prima guerra mondiale da un soldato al fronte: l'ufficiale e scrittore Piero Jahier la riportò come epigrafe in una raccolta, Canti del soldato (Milano, 1919). Jahier, nella prefazione firmata con lo pseudonimo di Pietro Barba, riferisce di un «buon consiglio che un fante compagno aveva graffiato nella parete della dolina: Canta che ti passa».
La musica in effetti rappresenta il mezzo per eccellenza attraverso cui ci si può rilassare, ed è anche il modo più adatto per esprimere le emozioni, i dubbi e le difficoltà quotidiane che non si riescono ad esternare o a confidare.
Non a caso la musica è impiegata anche in campo medico in quanto ottimo rimedio per tenere in contatto l’io con l'inconscio di Freud, impiegando la  comunicazione non verbale. In realtà già nell'antichità la funzione terapeutica del canto era nota e ha ispirato miti come quelli del cantore Orfeo o autori come F. Petrarca che, nel suo Canzoniere, dichiara “Perché cantando il duol si disacerba".
Mia figlia, con il pragmatismo che la contraddistingue, ha svecchiato questo modo di dire con un’espressione inglese, moderna, più attuale e rapportabile ad un mio punto debole “Don’t cry, buy a bag and get over it”! 

giovedì 10 novembre 2011

MARIE ANTOINETTE di Sofia Coppola




Oggi una vicina di casa mi ha proposto una serata chez elle per un cineforum tra donne...l'idea ha, in un primo momento, risollevato le mie forze, scarse dopo una giornata intensa come quella odierna, ma... non appena ha pronunciato il titolo del film previsto e già noleggiato, ho detto un noooooooooooo infinito, suscitando il suo stupore e un certo disappunto. Ne sono dispiaciuta, tuttavia... ho i miei motivi. Marie Antoinette è
un film che, al momento della sua uscita, avevo atteso trepidante e sul quale avevo grandi aspettative: il personaggio storico indubbiamente affascinante, il contesto socio-politico della rivoluzione francese, la regista… tutto mi aveva indotto a ben sperare, e invece… ne ho avuto una grande delusione.



Certo la fotografia era eccelsa, splendidi i costumi e gli ambienti, allestimenti di cene e pranzi sontuosi, ma la trama??? Un susseguirsi di cambi d’abito, di pranzi luculliani e cene pantagrueliche, qualche passeggiata in giardini all’italiana e… e poi nulla.
E’ stato l’unico film del quale non ho atteso la conclusione, a metà del secondo tempo me ne sono andata, complice un’aria piuttosto fresca per una sera d’estate, visto che si trattava di proiezioni all’aperto.
Peccato, soprattutto dopo tutta quell’attesa e la speranza di vedere un bel film storico!
E a rivederlo non penso proprio!!!




mercoledì 9 novembre 2011

Una rigenerante passeggiata


Nelle belle e ancora limpide giornate che l’autunno ci regala, come quella odierna, dopo le giornate lugubri dello scorso orribile fine settimana, è un vero piacere recarsi in un parco e intrattenersi passeggiando con tranquillità, ammirando la natura in tutto il suo splendore e il suo mutare.
Non potendo, per ovvi impegni lavorativi e di distanza, godersi i grandi parchi che so del New England, della foresta nera o di grandi città come Londra, Parigi, Berlino o New York, ci si può accontentare di quelli più nostrani che nulla hanno da invidiare ai primi.
Conoscendo ed essendo particolarmente legata affettivamente alla città di Monza, mi sento di consigliare una lunga passeggiata nel suo celebre parco, quello della Villa reale, un vero “polmone”per il centro urbano e una meraviglia da godersi in ogni stagione, ma che in autunno offre il meglio di sé. Il suo folliage merita scatti fotografici a ripetizione e un ohhhhhhh infinito! La grande varietà di alberi e arbusti consente di spaziare tra tutte le tonalità dei gialli, arancioni, rossi e marroni che si imprimono negli occhi. Adoro alzare la testa e volgere lo sguardo verso l’alto per cogliere squarci di azzurro tra le cime dai caldi colori. Lasciarlo è sempre un dispiacere, ma mi basta pensare alla prossima volta che, magari con un bel manto immacolato di neve, nuovamente mi saprà sorprendere e incantare.



lunedì 7 novembre 2011

L’impronta dell’autunno in casa


Ogni stagione comporta il desiderio di cambiare qualche angolo della casa, quasi una veste nuova che rimandi al clima mutato, evitandone gli aspetti poco graditi e facendo proprie le note più amate.
Ogni stagione offre innumerevoli spunti. L’autunno con le sue calde tonalità ispira angoli avvolgenti, una riscoperta intimità che le nuvole, le foglie cadenti e i primi freddi fanno desiderare più di ogni altra cosa; quindi libero spazio alla fantasia di ognuno, sfruttando quanto di meglio la natura ci offre: frutti dalle calde tonalità con foglie ad accoglierli, ricci e castagne che, con le coloratissime zucche decorative, portano una ventata autunnale che non lascia spazio al rimpianto dell’estate ormai lontana.



Mutano i colori: ora prevalgono tonalità meno sgargianti delle estive, ma più morbide e adatte al tepore di cui si va alla ricerca… quello che scalda l’animo e il cuore, quando si rincasa, prima ancora del corpo.
Non solo la cucina, la sala da pranzo o il soggiorno, ma anche i bagni e le camere da letto possono essere impreziosite da riferimenti alla nuova stagione: basta un rametto con bacche, magari raccolto durante una semplice e rilassante passeggiata nel parco cittadino o durante un’escursione in un bosco, e tutto assume una nuova atmosfera che, oltre al ricordo, rimanda di giorno in giorno alla natura nel suo imprescindibile mutare.
Mi diverto e mi compiaccio nell’allestire piccoli angoli evocativi che, tra l’altro, rinnovano gli ambienti della nostra amata quotidianità e la rendono personale, un riflesso di quello che siamo e sentiamo dentro di noi.




domenica 6 novembre 2011

PRETZEL … MA AL CIOCCOLATO!!!

Chi è stato in Alto Adige,  Germania,  Austria o Svizzera non può non averli mangiati o almeno visti. Si tratta di un pane dal particolare aspetto lucido, venduto nelle panetterie o sulle bancarelle di un qualsiasi mercatino.



Pare sia la merenda più antica del mondo, ma forse è solo una versione leggendaria. Dati più certi ne fissano l’origine nei monasteri del sud della Francia e del nord Italia dove, nel VII d. C., i monaci intrecciavano con la pasta avanzata delle striscioline, che ricordavano le braccia di un bambino in preghiera, formando tre fori, in riferimento alla santissima Trinità. Cotti a dovere, i monaci li davano agli allievi più meritevoli nell’apprendere le preghiere come pretiola, ricompensa. Diffusisi in territorio tedesco, il termine divenne brezel e poi pretzel. La loro diffusione fu tale da essere riprodotti nelle immagini di un manoscritto del 1190 e pare fossero augurio di prosperità e fortuna.


Ho trovato una ricetta che trasforma questo pane singolare in dolci deliziosi… eccola:
In una ciotola vanno mescolati 150g di farina, un pizzico di sale e 25g di cacao. A questo vanno aggiunti 115g di burro ammorbidito e sbattuto con una frusta elettrica insieme a 115g di zucchero e un uovo intero. Impastato il composto, bisogna lasciarlo riposare per un’ora circa. Ottenute dall’impasto una trentina di palline dalle quali ricavare altrettante striscioline da intrecciare a forma di pretzel, distribuire sulla piastra del forno, precedentemente unta di burro, senza eccedere, per poi spennellarle con dell’albume, montato a neve, e spargervi lo zucchero  in grani. Il tutto è infine da porre in forno, preriscaldato a 190°, per 10-12 minuti.
Tolti dal forno fateli raffreddare e poi … gustateveli!
Sono anche un grazioso pensiero da donare se posti in un sacchettino trasparente, chiuso con un nastrino di raso colorato!



sabato 5 novembre 2011

Luogo insolito di cui parlare



Quello di cui intendo scrivere è un luogo che non compare quasi mai nei discorsi delle persone, ma io farò un’eccezione per i ricordi che ne conservo e che sono riemersi in occasione della scorsa giornata dedicata alla commemorazione dei defunti.
Si tratta di un piccolo cimitero di un altrettanto piccolo paese poco sopra il lago di Lugano, incastonato tra splendide montagne verdissime. Frequento la zona sin dalla tenera età, in quanto paese natale di mia nonna. Negli ultimi quindici/vent’anni il paesino si è rinnovato: le stalle a fianco delle abitazioni sono state chiuse per obbligo di legge, la pavimentazione rifatta, l’antica scuola (quella in cui la mia nonnina aveva frequentato le scuole elementari) col suo basso muretto di cinta, divenuto nel tempo luogo d’incontro, di chiacchiere e di pettegolezzi per gli anziani del posto, è stata demolita per essere sostituita da una mostruosità piramidale, la cui destinazione resta a me oscura.
Oltre all’antica chiesa, intatto è rimasto l’edificio che ospitava     l ‘ormai scomparso sportello dell’ufficio postale e il cimitero, a pochi passi dal nucleo abitato.
Entrando in questo piccolo camposanto, dalla pianta quadrata, si percepisce un’atmosfera sospesa, una quiete assoluta, complice la calura estiva nella bella stagione e il freddo delle montagne circostanti in inverno, la tranquillità del paese e la consuetudine al silenzio di chi non solo vi accede ma passa davanti al cancello, quasi a porgere un doveroso segno di rispetto verso chi vi è sepolto. Le tombe di marmo, per le più antiche bianco, per le più recenti di granito rosa o nero lucido, riportano ancora i nomi di famiglie, in realtà con poche varianti quasi a denunciare la consanguineità di un piccolo mondo chiuso in sé.
Chi ancora risiede in quel paese riconosce e conserva la memoria di molti dei defunti lì sepolti e non è mai una sorpresa il volto su una lapide: le dimensioni ridotte dell’attuale nucleo abitativo consentono di conoscere quello che accade nelle altre famiglie e una morte, così come un matrimonio, non passano inosservati e si partecipa al dolore o alla gioia altrui.
A qualsiasi ora qualche donna vi entra e si adopera, in quanto figlia, madre, moglie o sorella del caro estinto, pulendo e lucidando la tomba e sostituendone i fiori, con gesti consueti, chissà quante volte ripetuti.
Lungo il muro di cinta una tomba di famiglia, quella di mia nonna: i suoi genitori, i fratelli, le relative cognate e le due sorelle, ma non lei che ha voluto essere sepolta a Monza.
Mi emoziona sempre un po’ osservare le loro fotografie: i nonni hanno un aspetto arcigno che non smentisce quello che la nonna raccontava di sua madre, mentre sorprende conoscendo la dolcezza del padre.
Su molte vecchie tombe i nomi sono quasi cancellati dal tempo, ma le date di nascita o morte sono ancora leggibili e tanto distanti da noi…1898, 1900, 1901…
Su alcune, di uomini e donne vissuti in anni lontani da noi, ormai sconosciuti a tutti in paese, non manca tuttavia un fiore: qualche mano caritatevole lo lascia e consente di  pensare a quanto valore abbia ancora il rispetto e il culto dei defunti, uno dei primi gesti che l’umanità abbia compiuto nel proprio cammino verso la civiltà.
Sarà che lì vi sono parte delle mie radici, ma è uno dei pochi cimiteri che non mi mette tristezza e, quando mi capita di essere in zona, mi ci introduco come se andassi a trovare persone a me care.






venerdì 4 novembre 2011

PRIMA USCITA DIDATTICA DELL’ANNO

Dopo un paio di rinvii, ieri, con altre due colleghe, abbiamo realizzato la prima uscita didattica di questo nuovo anno scolastico… destinazione Rovereto e Il Museo Storico Italiano della Guerra. Solo due classi, per una migliore e più tranquilla gestione della giornata; partenza, arrivo e rientro con una puntualità da orologio svizzero; tempo clemente con pure un accenno di sole e temperature miti, insomma un’organizzazione da manuale!
La mia classe, forse perché interamente maschile, ha apprezzato i racconti, gli aneddoti, le spiegazioni e le dimostrazioni della nostra abile e ben preparata guida che ci ha illustrato l’organizzazione degli eserciti, le trasformazioni dei territori coinvolti, le armi e i nuovi mezzi che dalle guerre risorgimentali alla Grande Guerra sono andati mutando grazie alle tante innovazioni tecnologiche. Le armi e gli effetti della guerra sui soldati(ferite, amputazioni, ulcerazioni dovute ai gas impiegati, shock da esplosione, pratiche autolesioniste …), confermate dalla lettura di brani di lettere degli stessi, hanno suscitato l’interesse e scosso i miei studenti, mentre pare abbiano annoiato le ragazze presenti nell’altra classe partecipante.
I miei ragazzi hanno anche dato prova di aver assimilato i dati fondamentali del primo conflitto mondiale e hanno rivolto domande chiarificatrici alla guida che si è complimentata.
Sfortunatamente per loro non è stato possibile recarci sul colle Miravalle per sostare davanti a “Maria Dolens”, la campana più grande del mondo che suoni a distesa tutte le sere cento solenni rintocchi per onorare i Caduti di tutte le guerre e invocare pace e fratellanza fra i popoli del mondo.
La meta apprezzata, nonostante gli innegabili riferimenti alla materia di studio, il ritrovarsi in compagnia, le risate sul pullman, le doverose soste in autogrill (sempre tanto desiderate dagli studenti e non solo per rifocillarsi), la pausa pranzo senza il nostro diretto controllo (essendo tutti maggiorenni), ma anche la loro puntualità, il rispetto per il contesto e l’attenzione dimostrata hanno reso l’uscita piacevole e rilassante anche per noi docenti che, comunque sia, ci facciamo carico di una grande responsabilità.
P.S.: Rovereto è una cittadina deliziosa, con bei palazzi, un affascinante intrico di stradine, archi, slarghi e viottoli e bei negozi, fortunatamente chiusi così da evitare lo sfrenato shopping al quale tutte avremmo ceduto!




martedì 1 novembre 2011

Ma come si pronuncia BUS ?


Pare non ci sia nulla da fare… non ci si accorda sulla pronuncia di questo vocabolo. Chi insegna inglese lo reputa un termine anglofono e si arroga il diritto di pronunciarlo comunque sia all’inglese; chi parla francese lo reputa una derivazione da “autobus”. Io concordo con la terza versione che ne rintraccia l’origine nell’ “omnibus” latino che significa “per tutti”, impiegato in Francia nell’espressione “voiture omnibus”, cioè vettura per tutti, poi contratta nell’uso quotidiano in “omnibus”.
Detto ciò, ritengo sia lecito pronunciarlo com’ è scritto, almeno quando si è in Italia. Inviterei alcune insegnanti d’inglese, con le quali è sorta la diatriba, a non infervorarsi quando sentono persone italiane, soprattutto se piuttosto anziane, che non hanno appreso l’inglese a scuola perché un tempo vi si studiava il francese, che lo leggono per quello che è … un termine latino! Una volta in terra anglofona o francofona… beh, lì ci si potrà adeguare.